L O A D I N G

QUATTRO CHIACCHIERE CON FRANZ WALDACH: VISIONE DIRETTA E VISIONE LATERALE
di Canzio Bonistefimi

Incontriamo F. W. nel suo studio abitazione: un bell’ambiente di accurato disordine, in cui oggetti, opere e mobili sono prova di una particolare ricerca nel creare il proprio spazio. E’ presente Blanda Blumen, critica e gallerista, nostro tramite con l’artista. La cerimonia del tè è il pretesto dell’incontro-intervista e la bizzarra condizione di portarsi una propria tazza da casa, confligge con l’ampia disponibilità di coppe e tazze di ogni foggia e colore, allineate in una vetrina Biedermeier. Porgo la mia all’ospite, che la prende in consegna e ci accomodiamo. La mia tazza candida sembra quasi in imbarazzo tra le altre due della casa, scurite dalla patina tannica.

Quali circostanze hanno portato alla scelta del nostro paese come patria d'adozione?

E’ stato un innamoramento… Per i luoghi, la gente, l’arte, la storia; tutti quei classici fattori che hanno spinto, con me, molti miei connazionali a frequentare l’Italia ed in molti casi a risiedervi più o meno stabilmente.

Ed a distanza di anni, cosa trova di affascinante in un paese che tanti, e spesso, non si stancano di dichiarare in profonda crisi?

Le città, i paesi con le loro piazze che non hanno eguali, sembrano teatri i cui abitanti recitano una parte nello spettacolo quotidiano che è la vita. Alcuni di questi palcoscenici sono fantastici e ad osservarli attentamente, sono continua fonte di ispirazione.

Mi parli del suo lavoro.

Ho un certo pudore a definirlo così. Nell’accezione comune, il lavoro è un’attività che ti dà da vivere, molto più spesso sopravvivere, che costa fatica e sudore; nel mio caso il lavoro è la mia vita stessa e nel vivere al meglio cerco di raggiungere una qualche forma d’arte. C’è chi lavora per vivere e chi vive per lavorare: sono due facce della stessa medaglia. In me, lavoro e vita coincidono senza rapporto di causa-effetto.(Osservo un’opera alla parete di fronte) Questa lavoro produce risultati.Do forma, colore e movimento alle idee… come tanti.

Perché movimento?

Perché ho avuto modo di esprimere forme d’arte cinetica e perché il mio lavoro, la mia arte, è anche me stesso quando mi muovo, parlo o quando verso il tè in una tazza. (Si prende una pausa e con una sequenza di movimenti precisi ed essenziali ci offre il tè, in un silenzio reso più attento dal tintinnio della porcellana) Anche questo colloquio, dal mio punto di vista, può essere considerato una performance artistica e le nostre persone diventano così parte integrante di un’opera.

A proposito di performance, Blanda mi ha accennato a quella che ha realizzato a Montmartre?

Fu nel 1978, sull’onda di una polemica che vedeva alcuni “benpensanti” accusare gli artisti di una collettiva in cui esponevo, di arte vuota. Così dicevano. In risposta, collocai un cavalletto con una tela assolutamente bianca sulla piazzetta dei pittori vicino al Sacro Cuore e, vestito di tutto punto, come il cliché dell’artista vuole, con tanto di basco e baffi arricciati alla Dalì, con movimenti teatrali, mi misi a dipingere senza l’uso del colore, cioè niente. Il bello è che molte persone di passaggio si fermavano interessate. Il tutto era piuttosto divertente. La performance è stata registrata ma tutto si cancellò successivamente per un errore tecnico.

Mi parli del suo processo creativo: come nascono le sue opere?

F.W. A volte passo dalla pura visione alla sua realizzazione con gli strumenti più opportuni e disparati. Trovo un grave limite confinarsi nella pittura piuttosto che nella scultura o altro. A volte è la materia ad imporsi quasi con prepotenza. Come negli oggetti che già contengono tutto quanto occorre per stimolare la riflessione, senza bisogno di aggiungere alcunché. Le teglie, ad esempio, sono oggetti che hanno in sé ogni requisito per significare quello che sono e che, appena ho scoperto, ho deciso di valorizzare.

Ce le spiega?

F.W. Non sono un critico e ciascuno deve fare il suo mestiere. Io realizzo, altri spiegano ed hanno sempre ragione. (Un amabile, appena ironico sorriso verso Blanda Blumen sembra un invito subito raccolto)
B.B. La loro superficie, così segnata, con quella croce che emerge dagli innumerevoli tagli di pizza, è quanto di più esteticamente rappresentativo possa esserci per celebrare la fatica del lavoro quotidiano con la sua sofferenza. Questo è il risultato di quella che potremmo definire una visione laterale, che permette all’artista di cogliere in un oggetto in cui tutti vedono e riconoscono le funzioni per le quali è stato creato o usato, altri significati o ulteriori relazioni di significato. Un’evoluzione, potremmo dire, della fanciullesca attitudine a vedere forme fantasiose in una nuvola.
F.W. Sì, gli artisti sono sempre un po’ bambini.
B.B. La visione diretta, invece, produce opere frutto di precise volontà, con volumi e proporzioni ben determinate dall’autore, come nella scultura taurina davanti a noi, o frutto dell’inconscio più profondo, come nel Consorzio umano (indica una grande tela alla parete). Sarebbe interessante indagare l’origine di queste visioni e gli elementi che ne costituiscono la genesi.
F.W. Meglio evitare. Compito di altre professionalità (sorridendo).

In che rapporti è con il sistema dell’arte, con il mercato?

F. W. Sostenere una posizione di assoluta indifferenza, come qualcuno vorrebbe, per conservare una presunta purezza, è semplicemente ipocrita. Come tutti, vorrei impormi sul mercato. Ma questo è possibile nella misura in cui lo eviti. Quando ci entri in contatto, inevitabilmente è il mercato a condizionarti. Poi c’è la crisi! Ed in quest’ottica il mercato può essere un buono strumento di perequazione…(tradisco un’espressione perplessa) Sì! In qualche occasione una parte dei proventi di opere finite nelle case di collezionisti abbienti, viene “investita” in eventi conviviali cui partecipano proprio gli attori di quei palcoscenici di cui parlavamo prima; in fin dei conti devo merito anche a loro.

Mi parli delle sue inquietudini.

L’ignoto mi affascina e atterrisce allo stesso tempo. Il piacere di un tuffo in acqua alta è sempre anticipato da uno stato di ansia per ciò che potrebbe esserci nella sua profondità. l’uomo vive costantemente in bilico tra la sua ansia di sapere e la paura di osare. Il tuffo potrebbe essere una metafora della condizione umana: il salto finale verso l’ignoto traguardo cui tutti tornano. Poi ho un irrazionale paura per i pipistrelli.

Finiamo di sorseggiare il tè. F. W. ripone le tazze appropriandosi della mia, che mi rassegno a non portare indietro) Non la lava?

Una vecchia nobildonna russa mi insegnò a non lavare, insieme alla teiera, le tazze: il tè è più buono. Poi, quando si viene a prendere il tè da me, ognuno sa quale tazza usare.

Un commiato che ha il sapore di un impegno.